Morire a quindici anni
di don Giuseppe Casti, sdb
La morte di un ragazzo di quindici anni in una scuola salesiana non può ridursi a un fatto di cronaca.
Non si può esorcizzare in questo modo un mistero che ha invece bisogno di raccoglimento e di silenzio. Un silenzio abitato da una parola sul senso della vita, perché i giovani come Mattia non sono né eroi né colpevoli, perciò non meritano né applausi né condanne. Sono vittime di un terribile e tragico vuoto di senso e di amore e meritano, perciò, un po’ di luce sulla loro breve esistenza. Io, davanti a te, giovane amico, oso pronunciare, tra le lacrime, queste parole: “E’ bello, amico mio, che tu esista!”. In un primo momento penso che sia una pretesa assurda. Come è possibile pronunciare parole simili in un momento di così grande tristezza? Eppure non desisto. Pronuncio quelle parole che avresti dovuto sentire molto più spesso nel corso della tua giovane vita. Forse, oso pensare, avresti sorriso e queste parole ti avrebbero salvato la vita. Ripenso a quella tragica mattina. Le ultime parole che hai udito da me erano tutte centrate sull’amore alla vita. Ma dentro di te c’erano altre parole o urla assordanti che oscuravano quelle parole che volevano gettare sprazzi di luce in quella notte che, come un tarlo, avanzava nella tua mente. Un buio che ha oscurato il senso di una vita a quindici anni.
Un tempo il senso della vita si stagliava nitido in un orizzonte di valori. Appariva nella sua sacralità religiosa e, difficilmente, lo si poteva scalfire.
Per secoli porre la domanda di senso era, innanzitutto, impegnarsi a ricercare una entità superiore che permettesse di apprezzare il valore dell’esistenza. Per valutare la riuscita o il fallimento di una vita, per sapere se era valsa la pena vivere, ci voleva un criterio, una unità di misura sublime per dare un giudizio più o meno oggettivo.
Conformando la propria vita a un ideale, persino sacrificandola se necessario, si poteva avere la convinzione di essere vissuto bene. Questa «fede» si esprimeva con molta ingenuità ogni volta che la morte, spezzando il destino di un grande eroe, rilanciava la domanda sul senso ultimo della vita.
Tutto ciò, anche se così vicino, suona oggi in modo stranamente arcaico. Sembra un discorso integrista o un delirio mistico. Il fatto è che l’occidente è entrato decisamente in una nuova era, quella della laicità o, se si vuole, del materialismo radicale. Per molti nostri contemporanei, infatti, non c’è più niente di “sovra-umano”. L’uomo è diventato l’alfa e l’omega della propria esistenza e le trascendenze di un tempo, quelle del Cosmo o di Dio, ma anche della Patria e della Rivoluzione sembrano a molti illusorie o mortifere. C’è la convinzione che la riuscita o il fallimento di una vita non può essere pesata sulla bilancia della trascendenza.
La conseguenza che molti giovani ne traggono, almeno sul piano pratico, è che solo all’interno della vita concreta, senza uscire dalla sfera dell’umanità reale e senza fuggire verso qualche principio superiore, noi decretiamo una esistenza più o meno «riuscita» e invidiabile, più o meno ricca e intensa, più o meno degna di essere vissuta o, al contrario, mediocre, meschina che non vale la pena di essere vissuta.
A questo punto è difficile sfuggire alla domanda: «Se non c’è più trascendenza, perché non coltivare e perseguire il successo per il successo, qui e adesso, piuttosto che in un ormai ipotetico al di là?».
In realtà, il culto del successo è la liquidazione pratica della questione di senso. E’ diventato il nuovo culto di massa. Il mondo moderno lo celebra tutti i giorni con il suo corteo di divi e di divette, di campioni e di veline, di personaggi famosi. La cultura del servilismo di fronte ai potenti di turno e l’amore smisurato per il denaro, tendono a presentarci tutto questo come l’unico modello di vita. Tutto concorre a fare del successo come tale un ideale assoluto. Non viene risparmiato niente pur di raggiungere questo nuovo ideale di «vita riuscita». L’imperativo del successo assume la forma di una nuova colpevolezza: «i falliti» resteranno anonimi.
Come tanti ragazzi della tua età, in questo mondo complesso, ti sei ritrovato fragile, disorientato e incapace di affrontare le difficoltà e le prove che, come ben sappiamo, la vita non risparmia a nessuno. Fai parte di quella generazione della storia che è cresciuta così riparata, così aiutata e sostenuta, per cui non ha sviluppato gli anticorpi necessari per sopravvivere in forze davanti alle minacce della vita. Forse noi adulti, percependo, a ragione, il mondo odierno più minaccioso di quanto non fosse ai tempi nostri, abbiamo cercato di costruire intorno a voi più reti protettive possibili, spianando per voi asperità, difficoltà e ostacoli di ogni tipo. La vostra fragilità è frutto delle nostre paure.
Certo, in questo momento, è difficile entrare nel misterioso intreccio della tua vita. Abbiamo rispettato quel terreno sacro della tua coscienza quando eri vivo, lo vogliamo rispettare nel silenzio altrettanto sacro della morte. Ma vogliamo capire il messaggio che tu volevi lanciare ai tuoi compagni ma, soprattutto, a noi adulti.
Noi educatori, oggi, abbiamo l’arduo compito di contestare questa idea di «riuscita». E’ molto difficile farlo quando tutti attorno a noi la condividono e la sponsorizzano. Ma si tratta di capire che è ingenuo e sbagliato voler pensare la vita sotto una categoria che conviene più a un’esame scolastico che all’elaborazione di una saggezza. Far credere che possiamo «riuscire» la nostra vita come ci riesce una bella torta o un buon vino, non è forse una pretesa fuori misura? Per questo ritengo necessario, nella ricerca di senso di un giovane, la presenza di un accompagnatore e di un gruppo che sappiano purificare, «esorcizzare» le illusioni della riuscita sociale. Talvolta, neppure la presenza di educatori che dedicano la loro vita per la crescita dei giovani è capace di esorcizzare e sradicare le radici di una cultura di morte. Per noi, genitori, sacerdoti, educatori, professori, la tua morte rimane una ferita aperta che ci interpella profondamente. Il messaggio che ci lasci è l’urgenza educativa di unire le forze: una famiglia che educa, una scuola che educa, una società che educa, una chiesa che educa. Uomini e donne vicini ai giovani, che intuiscono, ascoltano, accompagnano. Perché troppo spesso proponiamo risposte quando ci chiedete cammini.
Arrivando da orizzonti molto diversi, non vi aspettate la sicurezza di un porto al riparo di tutti i pericoli. Avete proprio lasciato il porto delle sicurezze per spingersi al largo. Non ci chiedete neppure la descrizione del porto, ma di accompagnarvi su un cammino di cui non conoscete ancora il termine: sapete che vi attende un incontro che vi farà scoprire il meglio di voi stessi e il senso dell’avventura umana. Ciò che sperate, è una compagnia di ricerca e di disponibilità, non un armadio pieno di certezze. Volete incontrare dei magi sulla vostra strada verso la stella, non gli scribi di Gerusalemme. Volete incontrare un samaritano pieno di compassione e amore. Volete incontrare qualcuno che, guardandovi negli occhi, vi dica: “E’ bello che tu ci sia!”.
Per questo, amico mio di quindici anni, Mattia, prima che tu varchi le soglie dell’eternità ti dico: “E’ bello che tu viva, per sempre!”.